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15/03/2014
Sentenze europee in merito di ambiente, di detenzione e di libertà religiosa
Casi relativi alla tutela dell'ambiente alla luce della giurisprudenza della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo a Strasburgo.
Nella pagina web della Corte di Strasburgo si segnalano, in particolari, quattro ambiti di intervento:
1. inquinamento acustico
2. inquinamento industriale
3. deforestazione ed urbanizzazione
4. fumo passivo

Inquinamento acustico
La giurisprudenza della corte di Strasburgo considera anzitutto il problema del rumore aeroportuale.
Nel caso Pawell e Rayaner c. UK (ricorso n. 9310/1981) ricorrenti abitavano nei pressi dell’Aeroporto di Heathrow ed hanno accusato il governo del Regno Unito di non essere intervenuto per abbassare il rumore ad un livello accettabile.
La corte ha ritenuto che non sussista violazione normativa e che anzi le attività dell’aeroporto di Heathrow sono assolutamente necessarie per lo sviluppo ed il benessere economico del paese.
Il caso Moreno Gomez c. Spagna ( ricorso n. 4143/2002) invece riguarda un'eccessiva esposizione ai rumori causati dall’attività notturna dei locali nella zona abita dal ricorrente. Il ricorrente sosteneva che a causa del rumore ha sofferto di continua mancanza di sonno. La Corte ha riconosciuto la violazione dell'art. 8 della Convenzione Europea, dovuto alla mancata adozione da parte delle autorità nazionali delle misure positive finalizzate a tutelare i cittadini dall'inquinamento acustico provocato da bar, pub e discoteche situati in quartieri residenziali.

Inquinamento industriale
Nella causa Giacomelli c. Italia ( ricorso n. 59909/2000) la ricorrente ha accusato un’azienda industriale della violazione dell’art. 8 CEDU.
Suddetta azienda si trovava a trenta metri dall’abitazione della sig.ra Giacomello ed utilizzava dei prodotti chimici inquinanti per l’ambiente circostante. Secondo la ricorrente la struttura di impianti di stoccaggio metteva a rischio permanente la sua vita e la casa in cui abitava. Prima di rivolgersi alla Corte Europea, la Giacomelli ha sottoposto la questione alla giurisdizione ordinaria. Nonostante i giudizi avviati dalla ricorrente si fossero conclusi in senso favorevole, con l’annullamento della licenza di esercizio per l’azienda chimica, gli organi amministrativi dello stato non mai hanno eseguito le sentenze. La Corte di Strasburgo ha ritenuto che il diritto all’abitazione della ricorrente è stato limitato a causa dell’attività dannosa dell’azienda.
Nella causa Guerra ed altri c. Italia (ricorso n. 14967/1989) 40 abitanti del comune di Manfredonia hanno promosso il ricorso alla Corte di Strasburgo. La città dei ricorrenti è situata ad un kilometro circa dalla fabbrica chimica che produceva fertilizzanti e caprolattame. Nel 1988 la fabbrica è stata classificata ad alto rischio in base ai criteri introdotti dal DPR n. 175/88, che ha recepito in Italia la direttiva Seveso (Direttiva 82/501/CEE) riguardante i rischi da incidenti rilevanti determinati da certe attività industriali dannose per l’ambiente e per il benessere delle popolazioni interessate. A causa di un incidente di funzionamento della fabbrica 150 persone sono state ricoverate per un’intossicazione acuta da arsenico. I ricorrenti hanno sostenuto che la mancanza degli strumenti utilizzati per ridurre il livello di inquinamento e di rischio di incidente ha violato il loro diritto alla vita ed alla propria integrità fisica. La Corte Europea ha sottolineato che livello alto dell’inquinamento ambientale può influenzare il benessere delle persone ed impedire loro di godersi la propria casa. Nel caso di specie, i ricorrenti sono rimasti, fino alla cessazione della produzione di fertilizzanti nel 1994, in attesa di informazioni essenziali che avrebbero consentito loro di valutare i rischi che comportava il continuare a risiedere in un territorio particolarmente esposto a pericolo in casi di incidente nella fabbrica. La Corte ha constatato, dunque, che l’Italia è venuta meno al suo obbligo di garantire il diritto al rispetto della vita privata e familiare, ed ha, pertanto, riconosciuto la violazione dell’art. 8 della Convenzione.
Il ricorso di Lopez Ostra contro la Spagna (ricorso n. 16798/1990) riguarda l’inquinamento ambientale provocato da un impianto per il trattamento di scarti provenienti da concerie il quale produceva degli odori sgradevoli. Conseguentemente, l’attività dell’impianto ha causato fastidi e problemi di salute a molta parte della popolazione residente nelle zone attigue. In particolare la figlia della ricorrente ha sofferto di nausea, vomito ed anoressia. Secondo il medico pediatra tutti i disturbi erano causati dall’inquinamento ambientale. La Corte ha ritenuto che la Spagna abbia violato l’art. 8 CEDU non riuscendo a bilanciare adeguatamente gli interessi contrapposti parimenti meritevoli di considerazione: da una parte vi è l’interesse degli individui alla tutela della propria salute e della qualità della propria vita privata, dall’altra l’interesse della collettività all’esistenza, nella zona in questione, di un impianto di riciclaggio, a vantaggio dello sviluppo economico della città e al fine di salvaguardare la salubrità dell’ambiente nel suo complesso.

Deforestazione e urbanizzazione
Kyrtatos c. Grecia (ricorso n. 41666/1998). Secondo i ricorrenti il processo di urbanizzazione nella parte sud-occidentale dell’Isola Tinos ha causato dei severi danni all’ambiente ed ha influito negativamente sulla loro vita privata. In particolare, i ricorrenti hanno sottolineato che a causa dell’urbanizzazione il loro terreno ha perso il suo valore come luogo naturale per fauna e flora ed è diventato un posto pieno di turisti. La corte Europea non ha riconosciuto la violazione dell’art. 8 poiché i ricorrenti non erano direttamente esposti all’influenza negativa dell’urbanizzazione. La corte ha indicato che, nonostante l'inquinamento abbia danneggiato il territorio in cui si trovavano degli uccelli e delle specie a rischio di estinzione, i ricorrenti non hanno sofferto direttamente, dunque non è stata riconosciuta la violazione del art. 8 CEDU. Probabilmente, la situazione sarebbe stata diversa se il danno ambientale avesse riguardato una foresta situata a poca distanza dalla casa dei ricorrenti poiché in tal caso il danno avrebbe influito sul benessere dei cittadini in modo più diretto.

Fumo passivo
Merita attenzione la causa di Florea c. Romania (ricorso n. 37186/03). Il ricorrente, soffrendo di epatite cronica e pressione alta, si è lamentato del fatto che durante il suo soggiorno della durata di qualche mese in carcere è stato costretto a condividere la cella di 35 letti con altri 110-120 detenuti. Secondo il ricorrente circa 90% dei prigionieri erano fumatori cronici. Inoltre, durante i suoi tre soggiorni all'ospedale carcerario, dove è stato trasferito a causa di un peggioramento del suo stato di salute, era sempre costretto a stare con altri fumatori. La corte ha determinato che, il signore Florea non ha mai avuto la possibilità di stare in una cella individuale ed era sempre circondato dai fumatori persino in ospedale, contrariamente alle indicazioni del dottore. La Corte di Strasburgo ha criticato il governo di Romania per non aver rispettato la legge, entrata in vigore nel 2002, che ha vietato di fumare negli ospedali ed altre normative e giurisprudenza grazie a quale è stato imposto l'obbligo di fornire una cella separata per i detenuti non fumatori. Perciò è stata riconosciuta la violazione di art 3 CEDU (proibizione della tortura).

Condizioni delle carceri italiane
Il divieto di tortura è un principio assoluto anche in Italia. Nonostante questo fatto, le condizioni dei prigionieri costretti a vivere in celle dove hanno a disposizione meno di tre metri quadrati, senza acqua calda, riscaldamento e luce mettono in dubbio questo principio. Un gruppo di carcerati ha deciso di fare un ricorso alla Corte Europea contro Italia e chiedere risarcimento del danno morale subito in carcere. La corte di Strasburgo ha constatato che i detenuti in questione sono stati soggetti a trattamento degradante e disumano e ha imposto al governo italiano la compensazione pecuniaria ai detenuti. La Corte Europea di Strasburgo oltre a valutare la richiesta presentata dai ricorrenti nel caso specifico ha anche esortato Italia ad adottare entro un anno di tempo una misura o una combinazione di misure atte a rimediare alle violazioni della Convenzione risultanti dal sovraffollamento delle carceri. La corte ha indicato il ricorso a pene alternative al carcere quale possibile soluzione al problema identificato. Inoltre è stato indicato che le pene detentive, pur afflittive, non devono abbandonare la loro natura sia preventiva che compensatoria.

Libertà di religione nei luoghi di lavoro.
Quando libertà religiosa nel luogo di lavoro è limitata.
Poniamo una domanda: Quando siamo al lavoro dobbiamo obbligatoriamente dimenticare la nostra religione, i nostri valori e le nostre credenze? Sarebbe giusto vietare di portare in modo visibile al pubblico qualsiasi oggetto che rappresenta le nostre credenze solo perché in questo modo si può offendere gli altri oppure perché può negativamente influire un’immagine dell’azienda, in cui lavoriamo? In effetti la Corte Europea di Strasburgo ha affermato che, nell’ambito dei rapporti di lavoro, il datore di lavoro deve rispettare la libertà di religione e può essere oggetto di restrizioni esclusivamente nel caso in cui la libertà di religione sconfina sui diritti altrui. Il caso di Nadiia Eweida è quello di un’impiegata addetta al check-in all’aeroporto di Heathrow che non si era adeguata alle regole interne, valide per tutti, che proibivano gioielli, spille o catenine, quindi anche simboli religiosi. Qui la corte di Strasburgo ha ravvisato una violazione dell’art. 9 della CEDU sulla libertà di pensiero, coscienza e religione.
Ugualmente nel caso di una infermiera con tanti anni di esperienza - Shirley Chaplin, che insisteva nell’indossare il crocifisso nonostante le disposizioni dell’ospedale, anche per questioni di salvaguardia della salute, non lo permettessero. La corte di Strasburgo ha rifiutato il ricorso di Shirley Chaplin e non ha riconosciuto la violazione della Convenzione. Nella motivazione della sentenza la corte ha sottolineato che, nel caso particolare i pazienti anziani potrebbero essere feriti per colpa della collana.
Nel Regno Unito, nel dicembre del 2005, è entrata in vigore la legge sulle unioni civili. Pertanto tutti gli impiegati presso gli uffici di stato civile erano obbligati a rinnovare il contratto di lavoro, con la importante novità che gli addetti all’ufficio sarebbero dal quel momento autorizzati a registrare anche le coppie omosessuale. La ricorrente Liliam Ladele, impiegata presso l’ufficio di stato civile a Islington (quartiere di Londra) ha rifiutato di firmare il nuovo contratto spiegando che le nuove condizioni del contratto sono contrarie alla sua fede. Di conseguenza, Liliam Ladele è stata sottoposta a procedimento disciplinare a maggio 2007.
Gary McFarlane era un consulente e terapista di coppie presso un’agenzia privata. La sua religione non gli permette di dare consulenza alle coppie omosessuali. McFarlane è stato soggetto a procedimento disciplinare e licenziato dall’incarico di consulente per coppie per le sue idee e la sua religione. In entrambi i casi suddetti la Corte ha determinato che i datori di lavoro cercavano di essere tolleranti nei confronti dei clienti. Il principio di non discriminare delle persone in caso dell’orientamento sessuale è sempre incluso nella CEDU. Inoltre la corte ha sottolineato che , la libertà religiosa costituisce il valore fondamentale per i credenti ed aiuta a formare la democrazia pluralistica. La corte ha aggiunto, che è assolutamente necessario trovare l’equilibrio tra due questioni :
rispettare le persone credenti e proteggere gli altri.

Articolo di Cezary Maciej Gajewski, tradotto da Paulina Sewerzyńska.
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