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20/02/2008
IL PASSAGGIO DALLA SEZIONE SPECIALE ex art. 6 D.Lgs. 96/2001 ALL’ALBO ORDINARIO.
Gli avvocati che hanno ottenuto l’iscrizione nella c.d. sezione speciale, sono già forniti di abilitazione al patrocinio in altro un paese comunitario, ed hanno frattanto trasferito la propria attività in Italia, così iniziando un periodo di ambientamento.

Per tutto il primo triennio di ambientamento, restando sempre salva la possbilità di adire alla prova attitudinale presso il Consiglio Nazionale Forense (ex art. 8 del d.lgs. 115/1992), il cui superamento permette l’immediata iscrizione all’albo ordinario, l’avvocato comunitario continua a maturare l’anzianità minima prevista per il passaggio dalla sezione speciale all’albo ordinario.

Sull’effettivo compimento del triennio di attività, delibera, su formale istanza dell’interessato, il Consiglio dell’Ordine nel cui distretto il richiedente ha fissato il proprio domicilio professionale e che lo ha accolto iscrivendolo nella predetta “sezione speciale”.

Il periodo dei tre anni deve considerarsi come il tempo necessario affinché l’avvocato “stabilito” prenda sufficiente confidenza col Diritto nazionale. Che questa sia la ratio della normativa appare chiaro allorquando si consideri che l’art. 14 del predetto D.L., intitolato “attività di durata inferiore”, prevede un supplemento di procedura, precisamente un colloquio presso il Consiglio dell’Ordine del distretto di appartenenza, nei confronti dell’avvocato che abbia maturato una esperienza relativa a pratiche attinenti al Diritto nazionale per un tempo inferiore ai tre anni di permanenza (se, ad esempio, il suo impegno con pratiche relative al diritto italiano è stato frammentario, a favore di consulenze relative a legislazioni straniere e trasferte per cause presso organismi internazionali o giudici di altro Stato).

Nella sostanza, l’avvocato stabilito che abbia superato tre anni di permanenza, ha diritto alla iscrizione all’albo ordinario con dispensa dalla prova attitudinale presso il Consiglio Nazionale Forense se dà prova che per un periodo non inferiore a tre anni ha trattato pratiche attinenti al diritto italiano; altrimenti, se il Consiglio dell’Ordine rileva una “attività di durata inferiore” (art. 14 cit.), egli è convocato per un colloquio, al termine del quale il Consiglio delibera sulla sua “capacità di proseguire l’attività” in modo effettivo e regolare.

Il D.Lgs. 96/2001 citato prevede, in ordine alle possibili determinazioni dell’Ordine, le seguenti possibilità:

1) un rigetto della richiesta perché non è stata fornita prova dell’effettivo esercizio;

2) un accoglimento della richiesta, sul presupposto del compimento di tre anni di esperienza nel nostro Diritto nazionale;

3) l’invito ad un colloquio con il candidato, che abbia accumulato tre anni di permanenza presso il Distretto, ma a cui si riconosce una esperienza professionale in pratiche relative alla legislazione italiana inferiore a tre anni.

Si deve dare luogo al rigetto della richiesta quando manca la prova del triennio di esercizio nel Distretto di competenza, e ciò sia nel caso in cui il richiedente abbia lavorato come avvocato, ma non nel territorio del Distretto di appartenenza del Nostro Ordine (es.: ha trascorso buona parte del triennio negli uffici all’estero di una ditta), sia nel caso in cui, ancorché sia certo lo stabilimento del richiedente nel territorio, non risulti che questi abbia lavorato come avvocato (es.: nel suo studio svolgeva semplice attività di rappresentanza di una ditta commerciale e non forniva servizi legali).

La legge non impone all’avvocato “stabilito” un limite minimo o massimo di pratiche da trattare (gli è sempre garantita parità di trattamento rispetto all’avvocato iscritto all’albo ordinario, che, non ha necessità di un numero minimo di pratiche da trattare per mantenere titolo ed iscrizione), sicché la nostra indagine sarà limitata a verificare i presupposti dello stabilimento e del tipo di attività professionale prestata.

Se il riscontro dei predetti due elementi (permanenza, esercizio della professione legale) è positivo, si deve dare luogo all’accoglimento della richiesta. Tuttavia, anche in presenza dei due predetti elementi, se l’avvocato stabilito risulti avere esercitato trattando in parte il diritto di altra Nazione (ad es., una parte della sua clientela è rappresentata da ditte alle quali l’avvocato stabilito presta consulenza o assistenza, in relazione alla disciplina legale ed amministrativa vigente in altro Paese) il riconoscimento del triennio avverrà solo pro-quota, e dovrà, per essere completato, essere integrato da un ulteriore periodo di esercizio.

Tecnicamente, la delibera assunta dal consiglio dell’Ordine dovrebbe essere quella della “dispensa” dalla prova attitudinale presso il C.N.F. Ossia, il Consiglio dell’Ordine non dovrebbe disporre l’iscrizione all’albo, ma piuttosto decidere di dispensare il richiedente dal compiere l’esame presso il CNF. La dispensa disposta dall’Ordine, poi, completa la documentazione necessaria per la successiva richiesta di iscrizione all’albo ordinario, deliberata in un secondo momento, successivamente alla sua presentazione.

Su ogni ipotetica leggerezza dell’Ordine nel concedere la dispensa vigila la Procura della Repubblica, legittimata ad impugnare, nell’interesse pubblico, presso il C.N.F. , la delibera di esonero dalla prova attitudinale. Il rigetto della richiesta di iscrizione è altresì ricorribile, nelle stesse forme, dal richiedente.

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